091 950 91 85 info@nefros.ch
Mentre vediamo con un certo sollievo il regresso – alle nostre latitudini – della pandemia di COVID-19, siamo ancora sotto choc per la sua brutalità, per il suo costo in vite umane e per i cambiamenti drastici che ha imposti nella nostra vita sociale. Il Professor Thomas Lüscher, in un articolo pubblicato recentemente[i] definisce quest’ evento un “Black Swan[ii]“, che ci ha colti tutti di sorpresa e quindi impreparati. Se grazie alla mobilitazione di tutti, dalla comunità medica al cittadino paziente, il nostro sistema sanitario sotto tensione è riuscito a far fronte a questa prima ondata, ci troviamo oggi con tantissime nuove domande e ancora pochissime risposte. Una di queste, mentre i dati epidemiologici indicano chiaramente che l’ipertensione e le malattie cardiovascolari rappresentano il fattore di rischio di fatalità più importante, è sul ruolo degli ACE-inibitori.

Ampiamente utilizzati in particolare nei pazienti anziani, gli inibitori dell’enzima di conversione dell’Angiotensina I in Angiotensina II (ACE-Is) potrebbero, secondo Gabriela Kuster dell’Ospedale Universitario di Basilea [iii], facilitare l’entrata del virus nelle cellule e quindi aumentare il rischio di fatalità nei pazienti sotto ACE-inibitori. Il meccanismo presentato è quello di un’up-regolazione dell’ACE2 che il virus utilizza per fissarsi sulle membrane delle cellule polmonari e penetrare al loro interno. Non esclude tuttavia un’inversione di causalità sapendo che i pazienti sotto ACE inibitori sono per la maggior parte anziani e hanno comorbidità. Adrian Voors dell’Università di Groningen[iv] dopo uno studio su 1485 uomini e 537 donne conclude infatti che l’utilizzo di ACE inibitori non aumenta la vulnerabilità dei pazienti COVID-19 tramite un aumento della concentrazione plasmatica di ACE2. Infatti, la nostra pratica attuale consiste nel mantenimento dei trattamenti con ACE inibitori, con una particolare attenzione nei casi in cui i pazienti dovessero sviluppare il COVID-19.

La pandemia rappresenta una sfida a tutti i livelli, da quello medico scientifico a quello economico sociale, ma è soprattutto una lezione d’umiltà. Dobbiamo accettare di non sapere come e quando ne usciremo e non dobbiamo dimenticare che le nostre conoscenze, e quindi i nostri mezzi, sono limitati. L’ottimismo attuale ha naturalmente sostituito in fretta il pessimismo ed è sicuramente un bene. Ma essere ottimisti non vuol dire abbassare la guardia ed essere convinti che il peggiore sia dietro anche se forse è vero. Non vi è scienza senza esperienza e non ci dovrebbe essere medicina senza evidenza. Continuiamo tutti noi a proteggerci e a proteggere i nostri pazienti, applicando le misure che hanno dimostrato già in passato la loro efficacia, ad informarci sui progressi della scienza ed a contribuirci con la nostra esperienza.


[i]  COVID-19: (mis)managing an announced Black Swan, European Heart Journal (2020) 41, 1779-1782 – clicca qui

[ii] Taleb NN. The Black Swan: The Impact of the Highy Improbable. Random House; 2007.

[iii] Kuster et al. SARS-CoV2: should inhibitors of the renin angiotensin system be withdrawn in patients with COVID-19? Eur Heart J 2020;41:1801-1803

[iv] Circulating plasma concentrations of ACE2 in men and women with heart failure and effects of renin-angiotensin-aldosterone inhibitors: potential implications for coronavirus SARS-CoV-2-infected patients. Eur Heart J 2020;41:1810-1817